A casa mia se le cose si rompevano, anzi che aggiustarle, il normale corso degli eventi era cercare di sistemarle con incantesimi, trucchi e artifici che i membri della famiglia imparavano e applicavano finché l’oggetto non svolgeva nuovamente la sua funzione.
Si stabiliva quindi un nuovo ordine e il vecchio era completamente dimenticato, come se non fosse mai esistito. Era come un codice, una specie di linguaggio familiare e incomprensibile che solo i membri della famiglia sapevano usare per far funzionare le cose.
Un pomeriggio piovoso io e mio fratello guardavamo dei cartoni in tv mentre mangiavamo pane e marmellata. Quel pane era buonissimo, croccante fuori e morbido dentro, spugnoso, ma non gommoso. Ogni volta che lo masticavamo, ci guardavamo negli occhi e ridevamo, in un momento di profonda gioia e complicità sensoriale.
Con la mia mamma camminavamo per circa sette isolati per andare a comprare quel pane. Finché un giorno, arrivati al panificio, abbiamo visto Popea, la gatta del padrone del fornaio, sdraiata a fare un pisolino sopra il pane appena sfornato. E da lì non siamo più tornati. Mia madre non ci ha fatto tornare per paura della toxoplasmosi o di qualche altro virus che Popea avrebbe potuto diffondere nel pane. Ma quel pomeriggio davanti alla tv non avevamo ancora scoperto che forse il segreto del sapore del pane era proprio nei peli che Popea lasciava.
Quel pomeriggio, non ricordo se fu un fulmine, ma il fatto è che lo schermo televisivo ha fatto un botto forte ed è diventato nero. Io e mio fratello siamo corsi fuori e ci siamo precipitati giù per le scale. Mio padre era, come sempre, in pigiama, a studiare, a scrivere e costruire circuiti sul tavolo della sala da pranzo con la luce accesa, anche se era di giorno.
Non so se indossasse un pigiama o una felpa blu scuro, ne aveva parecchie uguali. Poiché era un ingegnere elettronico, tutti i reclami per danni o guasti andavano direttamente a lui in prima istanza. Ma sfortunatamente per noi all’epoca, lui era uno scienziato, non un idraulico o un elettricista che si intendesse di tv.
-Papà, la TV si è bruciata! -disse mio fratello con la faccia spaventata.
-Ci perderemo la fine di Lady Oscar! –dissi io piagnucolando.
Mio padre ci ha messo un po’ a sollevare la testa dal suo groviglio di cavi colorati. Poi ci guardò distratto, come se pensasse ad altro, forse completando nella sua mente qualche formula matematica:
-Dillo a tua madre.
E rivolsi di nuovo la testa e le mani verso l’invenzione su cui stava lavorando.
La mia mamma aveva fatto alcuni esami di Antropologia e altri di Lettere. Il suo tempo all’università era stato accidentato, pieno di assenze, corsi posticipati, materie saltate ed esami persi per mancare alle lezioni. Alla fine si era arresa, almeno fino a quando non fossimo cresciuti. Ma per scopi pratici e domestici, quella pennellata di mezze lauree sfuse che alcuni definirebbero inutili ci è servita meglio degli anni di ingegneria di mio padre.
La mia mamma, che era in cortile, aveva sentito tutto. Senza dire una parola, prese una stampella appesa alla corda, una di quelle di metallo. Salì le scale sospirando, come chi sta per compiere una missione importantissima e necessaria. L’abbiamo inseguita con la sensazione felice di chi sta per aprire una scatola di cioccolatini. Eravamo sicuri che ce l’avrebbe fatta. Lei avrebbe risolto perché l’esperienza ci aveva dimostrato innumerevoli volte che la convinzione materna era al di sopra delle leggi della fisica, della dinamica, della statica, della matematica e dei difetti di fabbrica dei pessimi elettrodomestici importati dalla Cina come la nostra TV.
Con l’acquazzone, l’antenna TV, quella vera, si era definitivamente rotta. Mia madre si è rimboccata le maniche e come se avesse letto un manuale inverosimile sulle proprietà conduttive delle stampelle, ha semplicemente sostituito l’antenna con la stampella. Prima la stese sul buco della tv, poi la piegò muovendola in tutte le direzioni. L’immagine piovosa a volte riacquistava visibilità e io e mio fratello passavamo dalla gioia alle lacrime in sincronia con lo schermo. Alla fine, con un movimento magistrale, l’immagine è rimbalzata per alcuni secondi ed è tornata nitida, anche migliore di prima. Mia madre si aggiustò di nuovo le maniche della camicia:
-Lo sapete adesso: dovete muovere la stampella così – disse con lo stesso tono sapiente di Murillo, il giardiniere che ogni tanto ci tagliava l’erba e che se ne intendeva di piante, di botanica. E con le mani faceva un mimo esagerato della sua manovra con la stampella.
Avevamo già una nuova antenna. Non avremo usato mai più l’originale. Un nuovo oggetto entrava ufficialmente nel nostro universo domestico, un ibrido vedeva la luce, prodotto delle carenze della tecnologia cinese e dei vantaggi dell’ingegno materno: l’antenna a stampella.






